Quando il tempo incontra il fumetto: Brickscene × TSAR BOMBA…
L’universo narrativo di Brickscene è popolato da personaggi che non seguono le mode: le attraversano. Darth Edder e Draculina sono due archetipi opposti, due anime dello stesso racconto. Lui domina il caos tecnologico, lei custodisce l’equilibrio della luce e dell’ombra. Entrambi condividono però una caratteristica fondamentale: il tempo, per loro, non è una semplice misura. È potere. Per questo motivo nasce la collaborazione con TSAR BOMBA.
Kael Varrin Chronicles — Episode 8: Brickscene
Kael salì verso Draculina mentre sotto di lui Lyra continuava a tenere in vita il giardino con la sua voce. I petali bianchi venivano sollevati dal vento artificiale e attraversati dalla luce rossa dei droni, trasformandosi in una nevicata sacra e malata. Draculina lo aspettava immobile. “Ancora una volta,” disse, “arrivi da me troppo tardi.”
Kael Varrin Chronicles — Episode 4: The Empire Watches
La Ghost Network stava morendo.
Nel deposito sotterraneo di Node 7 gli schermi esplodevano uno dopo l’altro, saturati dal codice cremisi che portava la firma di Darth Draculina Sancta.
I circuiti crepitavano come ossa spezzate mentre le luci si spegnevano a catena.
Kael Varrin non si mosse.
Guardava il simbolo rosso pulsare sullo schermo principale.
Non era solo un attacco informatico.
Era una dichiarazione.
Kael Varrin Chronicles — Episode 3: Ghost Network
Kael Varrin credeva nei fantasmi e credeva anche nei sistemi che sopravvivono alla loro distruzione. Node 7 era uno di quelli. Il corridoio sotterraneo odorava di metallo umido e polvere industriale. Vecchie tubature attraversavano il soffitto come vene fossilizzate. Kael avanzava lentamente, il visore ottico acceso, mentre il segnale intermittente continuava a pulsare nel ricevitore. Tre battiti. Pausa. Tre battiti. Pausa…Lo stesso ritmo che aveva intercettato nel laboratorio. Il nodo doveva trovarsi li sotto.
Kael Varrin Chronicles — Episode 1: The Signal
Molto al di sotto dei livelli più luminosi della metropoli, oltre i corridoi industriali abbandonati e i vecchi condotti di ventilazione dell’epoca pre-imperiale, esisteva un luogo che non appariva in nessuna mappa ufficiale. Un laboratorio clandestino, incastrato tra cemento grezzo, tubi arrugginiti e schermi recuperati da macchine dimenticate. Un rifugio assemblato come un altare alla disobbedienza. Lì dentro, Kael Varrin lavorava in silenzio










