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Matar a Saudade….

Nel collage il tempo non scorre: si sovrappone.
I frammenti di colore esplodono come ricordi che non hanno mai deciso se appartenere al passato o al presente. In mezzo a questa tempesta visiva, i Vikings Lego avanzano: piccoli, ma ostinati, scolpiti nella plastica e nella memoria, eles andam para Matar a Saudade….

I mostri che affrontano non sono soltanto creature da battaglia. Sono forme mutate, ibride, quasi meccaniche, come se l’immaginazione infantile avesse incontrato l’ansia adulta. Tra tutti, uno domina la scena: il Lupo Terminator.
Non è solo un nemico. È una soglia.

Il vichingo che lo affronta non combatte per conquistare un territorio, ma per difendere un equilibrio interiore. Brandisce l’ascia come si brandisce un ricordo: con forza, ma anche con il rischio di ferirsi. Il lupo è fatto di frammenti che si dissolvono, come certi pensieri che, se fissati troppo a lungo, iniziano a divorare ciò che li osserva.

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Qui entra il titolo del collage, Matar a Saudade.

In portoghese è un’espressione potente e ambigua: significa “uccidere la nostalgia”, ma non nel senso di cancellarla. È piuttosto un combatterla, un attraversarla. La saudade è quella sensazione che può scaldarti il cuore o spezzartelo, a seconda di quanto spazio le concedi. È il ricordo che ti tiene in piedi e, allo stesso tempo, quello che ti trattiene.

Il combattimento tra il vichingo e il Lupo Terminator diventa allora una metafora:
la lotta con la nostalgia che ritorna, potenziata, quasi inarrestabile, come una macchina programmata per ricordare troppo.

Ma il vichingo non fugge.
Resta.
Affonda i piedi nel terreno instabile del collage e riequilibra la sua forma-pensiero. Non distrugge il lupo per annientare il passato, ma per ricomporlo. Per impedire che la nostalgia si trasformi in un predatore.

I Lego, simbolo dell’infanzia, diventano strumenti di consapevolezza adulta. Giocattoli che smettono di essere solo gioco e si fanno linguaggio. Il collage, con le sue sovrapposizioni e dissolvenze, racconta proprio questo: non esiste un ricordo puro, solo strati di emozioni che impariamo a gestire.

Matar a Saudade non è vincere.
È resistere senza irrigidirsi.
È ricordare senza farsi divorare.
È continuare a giocare, anche quando il gioco si fa serio.

E in quell’istante sospeso, mentre il vichingo affronta il Lupo Terminator, capiamo che la battaglia più importante non è contro il mostro, ma per restare interi.

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