A Serialized Adventure in the Brickscene Universe.
“Every empire fears imagination.” Kael Varrin
In un universo dove le storie possono essere manipolate e la realtà è costruita pezzo dopo pezzo, esiste una rete clandestina chiamata Brickscene.
Un luogo dove arte, ribellione e immaginazione diventano armi.
Mentre l’Impero guidato dalla regina Sith Darth Draculina Sancta cerca di controllare la narrativa della galassia, un creatore solitario continua a sfuggire al sistema.
Il suo nome è Kael Varrin.
Un tempo combatteva al fianco di Darth Edder, ora comandante delle legioni oscure.
Amici diventati avversari. Visionari separati da una scelta.
Insieme a Lyra Nox, una voce capace di piegare la volontà personale, Kael sta per scoprire qualcosa che potrebbe cambiare per sempre l’equilibrio della galassia.
Questa è la storia della nascita della ribellione.
Questa è la storia di Brickscene.
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Full Episode….
La città, di notte, aveva un odore diverso dieci anni prima.
Oblivion City non brillava come Neon Brick City.
Non aveva quella luce malata, ipnotica, da metropoli costruita per non farti più dormire. Oblivion era più sporca, più sensuale, più vera. I vicoli trattenevano il fumo, il sale, l’alcol, il sudore delle persone che continuavano a cercarsi anche quando sapevano che avrebbero dovuto evitarsi.
Fu lì che Kael Varrin vide Draculina per la prima volta.
Allora non era ancora Darth Draculina Sancta.
O almeno non apertamente.
Era soltanto Draculina.
Così si presentava.
Così voleva essere letta.
Kael era arrivato in anticipo, come sempre. Seduto a un tavolo sospeso nel cortile posteriore del locale, osservava le particelle ramate che galleggiavano nell’aria del pianeta Buff come una cenere lenta. Si era acceso una sigaretta eugenetica più per costruirsi un’aria che per desiderio vero. Aveva già capito di aver accettato quell’incontro per una ragione più pericolosa della curiosità.
Quando lei uscì dalla porta interna del locale, il tempo sembrò contrarsi.
Capelli chiari.
Lineamenti quasi irreali.
Un’eleganza che non chiedeva il permesso di esistere.
Kael pensò, per un istante, che non potesse essere lei.
Poi Draculina si voltò.
E lui capì che tutto il resto, fino a quel momento, era stato solo un corridoio d’attesa.
Non parlarono subito.
Si studiarono.
Due predatori che fingevano di essere persone normali.
Dentro il locale la musica era bassa, i muri riflettevano ombre antiche e la conversazione tra loro prese subito una forma strana: sembrava leggera, ma sotto ogni frase c’era un test. Cinema. Jazz. Reti. Simboli. Potere. Maschere.
Draculina sorrideva come se sapesse già dove ogni discorso sarebbe finito.
Kael, senza rendersene conto, stava già perdendo terreno.
“Tu osservi troppo,” disse lei a un certo punto.
“E tu reciti troppo bene,” rispose lui.
Lei rise.
Non con dolcezza.
Con approvazione.
Molti anni dopo, nel presente, Kael ricordava ancora quel suono mentre correva nei tunnel secondari dopo il collasso di Node 7.
Dietro di lui, le squadre imperiali stavano saturando i livelli bassi. Davanti, la Ghost Network perdeva pezzi di sé a ogni impulso cremisi lanciato dal Protocollo Sancta.
E sotto tutto questo, come un battito nascosto sotto il rumore, rimaneva un’altra cosa.
Quel segnale.
Quello che aveva risposto dal buio dopo la caduta del nodo.
Tre battiti.
Pausa.
Tre battiti.
Non proveniva più da Node 7.
E non apparteneva né all’Impero né alla rete ribelle.
Kael non riusciva a toglierselo dalla mente.
Il collegamento d’emergenza si aprì in una stanza abbandonata del settore est.
Non comparve Lyra.
Non comparve Edder.
Comparve un uomo con il volto segnato, gli occhi vigili e una calma da superstite professionista.
Riff Calder “Static” Vale.
“Sei in ritardo, Kael,” disse.
“Ultimamente lo dicono tutti.”
“Ultimamente tutti hanno ragione.”
Riff non era un comandante, non era un eroe e non cercava mai il centro della scena. Era qualcosa di più utile: uno che sapeva dove passavano le cose quando il mondo ufficiale smetteva di vederle. Informazioni, persone, scarti, risorse, vie di fuga. La città respirava anche attraverso di lui.
“Sposta il traffico fantasma,” disse Kael. “Node 7 è compromesso.”
Riff lo guardò appena.
“L’ho già fatto.”
“E gli altri nodi?”
“Non rispondono. Oppure fanno finta.”
Kael abbassò lo sguardo.
Peggio del silenzio c’era solo il silenzio organizzato.
Un secondo ologramma si accese accanto a Riff.
Questa volta apparve una donna con una reflex anomala appesa al collo. Il volto era nitido, ma intorno a lei la luce sembrava arrivare con qualche istante di anticipo.
Aelyra Flux.
La fotografa del presente-futuro.
“Ti ho visto morire tre volte nei prossimi sette minuti,” disse, senza preamboli.
Kael la fissò. “Solo tre?”
“Le altre versioni non le hai ancora meritate.”
Riff sbuffò. “Aelyra.”
“Sto cercando di essere incoraggiante.”
Lei sollevò la macchina fotografica e scattò. Nessun flash. Solo un piccolo tremore nell’aria.
L’immagine comparve in sospensione tra loro.
Kael in un corridoio nero.
Lyra inginocchiata tra lattine di Skooma spaccate.
E alle loro spalle un simbolo che nessuno di loro voleva vedere.
Un fiore di petali bianchi attraversato da una lama cremisi.
Il sigillo di Sancta.
“Non sta solo distruggendo la rete,” disse Aelyra. “La sta riscrivendo.”
Kael rimase immobile.
“Spiegati.”
“Vuole trasformare la Ghost Network in una rete emotiva. Non più nodi. Legami. Ossessioni. Dipendenze. Vuole che la connessione passi attraverso la ferita.”
“Un culto,” mormorò Kael.
“No,” disse Riff. “Peggio.”
Guardò il simbolo sospeso.
“Un protocollo vivo.”
Quelle parole colpirono Kael come un ricordo malato.
Perché dieci anni prima, a Oblivion City, c’era stato un istante in cui Draculina aveva smesso di flirtare e aveva lasciato intravedere qualcosa di autentico.
O qualcosa di spaventosamente vicino all’autenticità.
Erano usciti dal locale.
La notte si era fatta più fredda. Le strade del quartiere Sinner salivano verso i vecchi edifici come vene scoperte. Si erano fermati accanto alla car-jet di Kael, troppo vicini per fingere indifferenza.
“Tu credi ancora che le persone possano scegliersi,” aveva detto lei.
“Tu no?”
Draculina lo aveva guardato con una tenerezza quasi offensiva.
“Le persone non si scelgono, Kael.”
Lui aveva sorriso.
“E allora cosa fanno?”
Lei si avvicinò appena.
“Si attivano.”
Quelle parole, nel presente, gli suonarono addosso come una profezia già pronunciata.
Perché adesso capiva meglio.
Draculina non stava cercando solo alleati, bersagli o amanti.
Stava studiando sistemi di attivazione emotiva molto prima di dare loro un nome.
“E io cosa sarei?” le aveva chiesto.
Lei lo aveva osservato come si osserva una porta chiusa da tempo.
“Una variabile che non riesco ancora a chiudere.”
Poi lo baciò.
Non fu un bacio romantico.
Non del tutto.
Fu una firma.
Un accesso.
Forse il primo.
Nel presente, il respiro di Kael si fece più corto.
Tutto stava tornando con troppa precisione.
Node 7.
Il segnale lontano.
Edder.
Draculina.
Come se fili separati si stessero stringendo nello stesso punto.
“Dove la trovo?” chiese.
Aelyra non rispose subito. Stava guardando qualcosa oltre il presente. Oltre loro.
Poi abbassò appena la reflex.
“Non trovi lei,” disse infine. “Trovi il luogo dove ti ha lasciato entrare.”
Riff inclinò il capo. “Oblivion.”
Kael capì.
Il primo incontro non era stato un caso.
Era stato un accesso iniziale.
Draculina non aveva soltanto conosciuto Kael Varrin. Aveva iniziato allora a scrivergli attorno una mappa. Una mappa fatta di desiderio, memoria e ritorni forzati.
Come se sapesse che prima o poi lui sarebbe dovuto tornare a quel punto esatto.
Come se l’intera traiettoria fosse già stata preparata.
E per un istante Kael ripensò a Edder nel deposito in fiamme.
A quella frazione di secondo in cui, dietro la visiera, era sembrato esserci qualcos’altro.
Qualcosa che osservava.
Qualcosa che aspettava.
“Non è solo Sancta,” disse a bassa voce.
Riff lo guardò. “Che cosa?”
Kael esitò appena.
“Node 7 non è stato soltanto scoperto. È stato registrato.”
Aelyra lo fissò come se avesse appena pronunciato una frase già vista in uno dei suoi scatti.
“Anch’io ho avuto questa impressione,” disse. “C’è una seconda linea. Più antica. Non interviene ancora. Ma segue.”
Riff serrò la mascella. “Impero?”
“No,” disse Kael. “Peggio.”
Nessuno parlò per qualche secondo.
La rete crepitava attorno a loro come una creatura ferita.
Le luci tremarono.
Il collegamento stava per saltare.
“Riff,” disse Kael, “raduna tutto ciò che la città non vuole perdere.”
“Già fatto.”
“Aelyra, continua a seguire i futuri.”
Lei abbassò la reflex.
“No, Kael. Adesso seguo te.”
Per la prima volta, lui sembrò davvero stanco.
“È un errore.”
“Lo so.”
Riff si passò una mano sul volto. “Siete entrambi insopportabili.”
Kael quasi sorrise.
Quasi.
Poi il canale vacillò di nuovo.
Prima di chiudersi, Aelyra fece un ultimo scatto.
L’immagine apparve solo per mezzo secondo.
Un giardino.
Petali bianchi.
Una folla in trance.
Lyra al centro di una spirale di luce.
E sopra tutto, una ferita cremisi nel cielo artificiale.
Il canale si spense.
Kael rimase solo nel tunnel.
Ma non davvero.
Perché adesso sapeva che la guerra non stava iniziando.
Era iniziata dieci anni prima, in un cortile di Oblivion City, quando una donna dai capelli dorati gli aveva sorriso come se l’amore e la rovina fossero la stessa identica lingua.
E forse era iniziata ancora prima.
In un punto della rete che nessuno di loro aveva ancora visto.
In un luogo più antico di Node 7.
Più antico dell’Impero.
Più antico perfino delle scelte che lui e Edder credevano di aver fatto da soli.
Kael riprese a camminare.
Direzione: Oblivion.
Da qualche parte, in un giardino bianco immerso nel buio, Darth Draculina Sancta strappava l’ultimo petalo.
Davanti a lei, sospese nell’aria, fluttuavano tre tracce luminose.
Una apparteneva a Kael.
Una a Lyra.
Una terza, più instabile, pulsava in modo irregolare.
Draculina la osservò più a lungo delle altre.
“Quindi anche tu ti stai svegliando,” sussurrò.
Non sorrise subito.
Poi lasciò cadere il petalo.
“Meglio.”
Solo allora tornò a sorridere.
“Mi ama,” disse piano.
Si fermò.
E corregse se stessa.
“Quasi.”





















