Nel prato di margherite il tempo sembrava essersi fermato.
Darth Draculina Sancta avanzava tra i fiori con passo lieve, quasi danzando, il mantello scuro che contrastava con i capelli dorati e il sorriso fiabesco. A chi l’avesse osservata da lontano sarebbe parsa una creatura uscita da una favola: occhi verdi, collana scintillante, mani delicate che sfioravano i petali bianchi.

«Mi ama… non mi ama…» mormorava, strappando un petalo dopo l’altro.
Ma quella cantilena infantile era solo una brilliant disguise. Ogni petalo che cadeva sull’erba non era un gioco d’amore, bensì una sentenza. Dentro di lei, sotto la pelle di luce e grazia, il Lato Oscuro ribolliva come un vulcano trattenuto a fatica. Darth Draculina non era venuta nel prato per sognare: era venuta per decidere.
Il suo amante dormiva lontano, ignaro. Aveva amato la donna dorata, la voce dolce, la promessa di eternità sussurrata tra baci notturni. Non aveva mai visto la Sith. Non aveva mai visto gli occhi di Draculina diventare lame, né sentito la Forza piegarsi al suo volere.
Un altro petalo cadde.
Il vento si alzò, come se percepisse il momento. Le margherite tremarono. Draculina si fermò, osservando il fiore quasi spoglio tra le dita. Bastava un solo petalo per cambiare il destino di un cuore… o spezzarlo per sempre.
Sorrise. Non un sorriso gentile, ma uno affilato, consapevole.
Qualunque fosse l’ultima parola — amore o distruzione — sarebbe stata lei a pronunciarla.
E nel silenzio del prato, Darth Draculina Sancta capì che, in fondo, non stava scegliendo il destino del suo amante.
Stava solo ricordando a se stessa quanto fosse meravigliosamente, terribilmente cattiva.
